La filoxenía, quel costume greco che permane in Calabria


Quando il nuovo e il diverso diventa "Sacro"




L’accoglienza verso chi arriva da lontano è testimoniata dai testi fondatori delle nostre civiltà, dall’epica ai testi sacri, a partire dalla Grecia antica.

La Calabria in alcune zone mantiene traccia di quei valori nella lingua e nei riti greci.

La parola filotimo (in greco φιλότιμο) è un termine intraducibile che condensa una serie di attitudini positive tra cui il dovere, l’onore, la generosità, la compassione, la solidarietà, il coraggio e il rispetto per gli altri, e si concretizza spesso in un atteggiamento benevolo verso l’altro.

Quest’ultimo aspetto caratterizza il concetto di filotimo nella cultura greca, stando ai testi in cui compare, accanto alla più precisa concezione di xenìa (in greco ξενία).

Legata al termine xénos ξένος, straniero, parola che in italiano implica una distanza, una differenza, in greco invece indica l’accoglienza dello straniero e prevede il rispetto reciproco tra padrone di casa e ospite e un regalo di addio donato a quest’ultimo al momento della partenza.

La Xenia ha un aspetto sacrale, anche perché gli Dei spesso si nascondono sotto mentite spoglie prima di rivelare la loro vera natura, motivo per cui lo stesso Zeus è considerato protettore dei viandanti e, di conseguenza, l’ospite diventa sacro.

L’Odissea è ricca di esempi al riguardo, dall’accoglienza ricevuta da Ulisse (Odisseo), sull’isola dei Feaci al suo ritorno a Itaca nelle vesti di povero viandante dove viene insultato da Antinoo, comportamento che suscita la riprovazione di alcuni proci (ì pretendenti).







Passando alla cultura latina l’Eneide è solo l’esempio più noto di racconto epico dove l’eroe protagonista è un profugo: Enea – guerriero valoroso, ma anche uomo giusto e obbediente agli dei – fuggito da Troia viene prima accolto dalla regina Didone a Cartagine (lei stessa è a sua volta fuggita da Tiro, in Libano, per arrivare sulla costa nordafricana).

Enea risale il mar Mediterraneo e arriva sulla costa del Lazio, In Italia, dal re Latino.
Enea diventerà il capostipite della stirpe che edificherà Roma e la civiltà latina, che come molte altre in precedenza trova in uno straniero il suo padre fondatore.
Prima di gettare le basi della civiltà romana, però, Enea per qualcuno è un nemico e la guerra che segue dimostra come il male sia l’ostilità nei confronti dello straniero.



Anche nella cultura araba l’accoglienza ha radici molto antiche: per i beduini faceva (e fa) parte del loro stile di vita.

Nella tradizione beduina è fondamentale essere accolti e di conseguenza è un dovere accogliere, tanto più in terre aride in cui le temperature possono raggiungere livelli proibitivi e quindi fornire acqua e un riparo dal sole ai viandanti è il gesto minimo di umanità.

Spesso questa consuetudine si traduce nell’offerta di cibo e in un trattamento dove la parola d’ordine è abbondanza, dato che per la cultura dei Paesi arabi lasciare l’ospite affamato è fonte di grande disonore.

Non si tratta di buone maniere, ma di vero e proprio dovere morale, rispettato dalle comunità promotrici di un sistema di assistenza per pellegrini.




La religione cristiana, è portatrice del messaggio di accoglienza e buona disposizione per lo straniero, valori essenziali nella parabola del buon samaritano, esaltazione dell’ospitalità disinteressata verso l’altro, tanto più se “nemico” (come i samaritani per i giudei).

Nelle ritualità del Cristianesimo stesso si tramandano gesti e simboli incentrati sulla predisposizione positiva verso gli altri: si pensi, ad esempio, al segno di pace che si scambia a messa e alle altre pratiche di ospitalità e accoglienza istituzionalizzate nel tempo (come l’accoglienza nel monastero di San Fantino a Tauriana, o quella lungo le numerose vie di pellegrinaggio in Italia, in Europa e in Terra Santa) che sono diventate simboli che sopravvivono ancora oggi, le religioni, infatti, non trascurano il messaggio di fratellanza e solidarietà.

Nella cultura ebraica l’accoglienza e l’ospitalità sono prima di tutto quelle di Abramo che nella Genesi, fornisce cibo, bevande e alloggio agli ospiti, per poi augurare loro buon viaggio.

Non si tratta di buone maniere, ma di vero e proprio dovere morale, rispettato dalle comunità ebraiche medievali sparse per l’Europa, promotrici di un sistema di assistenza per pellegrini e studenti itineranti.

L’ospitalità è una questione di umanità, non di calcolo.

Quell’umanità per cui, come ricorda oggi l’Onu, “Le persone in fuga da persecuzioni e guerre hanno trovato asilo in Paesi stranieri per migliaia di anni”.

Autore: Domenico Bagalà





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